La crociata anti-tatuaggi della polizia giapponese

In Giappone sono tempi duri per tutti gli appassionati di tatuaggi: la polizia locale infatti, facendo appello a una legge risalente a oltre duecento anni fa, ha iniziato un’aspra crociata nei confronti dei tatuatori e dei loro studi, passandoli in rassegna e obbligandoli alla chiusura proprio in virtù dell’antica legge sulla quale ora cercheremo di far luce.

La legge ottocentesca, entrata in vigore durante il lunghissimo shogunato Tokugawa, vieta l’esercizio della professione medica a coloro che non siano effettivamente medici, perciò i tatuatori, dato che lavorano sul corpo umano operando delle modificazioni permanenti grazie a specifici strumenti, sarebbero assimilabili alla classe professionale dei medici ma, non avendone la qualifica, non potrebbero eseguire tatuaggi.

La forzatura semantica e l’interpretazione discutibile della norma (una norma, peraltro, quanto meno obsoleta) sono evidenti, e le reazioni non si sono fatte attendere: la più eclatante e significativa è stata quella di Taiki Masuda, un giovane e coraggioso tatuatore di Osaka che si è pubblicamente ribellato all’ingiustificata e ingiustificabile guerra mossa dalla polizia al mondo dei tattoos, il suo mondo. Masuda fa leva sul fatto che nessun articolo della Costituzione pone i tatuaggi fuorilegge, e la questione in breve tempo è divenuta effettivamente d’interesse legale e, nello specifico, costituzionale. Lo scontro si è spostato ben presto nelle aule giudiziarie e per la fine di gennaio è previsto l’inizio di un processo che si annuncia assai lungo e complesso; forse solo l’intervento della Corte Suprema riuscirà a dirimere la questione in via definitiva.

In Giappone, si sa, vi è una certa diffidenza mista a retaggi di resistenza culturale al fenomeno di massa dei tatuaggi, e la principale causa di tale resistenza risiede nella diffusione dei tatuaggi nei decenni passati tra i membri della mafia giapponese (identificabili proprio grazie ai loro tattoos), la potente e temuta Yakuza. Da ciò derivano i frequenti divieti a entrare in piscina o alle terme (o persino in alcune spiagge) se si hanno tatuaggi visibili.

Tuttavia, la battaglia recentemente intrapresa dalla polizia appare anacronistica e oltremodo lesiva verso le decine di migliaia di giapponesi (ma pure verso i turisti tatuati) appassionati di tatuaggi. L’auspicio è che giustizia venga realmente fatta e che i tatuaggi vengano finalmente riconosciuti per ciò che sono: una straordinaria arte contemporanea dalla radici antichissime e non un marchio di riconoscimento per i criminali della peggior specie.